L’insediamento di Barack Obama come 44° Presidente degli Stati Uniti teoricamente sarebbe in grado di ridefinire il tessuto geopolitico dell’America latina come d’allora formulato dal Dipartimento di Stato, cioè in una sorte di diritto naturale d’intervento negli affaires dal fiume Bravo in giù. Il sarebbe acquisisce qui una sfumatura neutrale e lo si può spiegare tanto dal fatto secondo cui le aspettative generate dall’Inauguration day porterebbero da sole al compimento delle buone intenzioni di Obama quanto da quel altro non meno affidabile, però secondo il quale l’intrecciato del vero potere della Casa Bianca si conosce soltanto qualche ora dopo il giuramento presidenziale.
Ma c’è un vero bisogno? Ci si potrebbe argomentare. L’America latina resta per alcuni quel territorio piuttosto sudamericano dove malgrado qualche grado di sviluppo socioeconomico ci sono troppe disuguaglianze sociali inoltre all’inefficacia lungo parecchi decenni del sistema repubblicano latinoamericano, benché è, con l’eccezione della Francia, più antico dagli stati europei moderni, il quale (questo modello repubblicano) purtroppo ha dato una quantità innumerevole di dittatori ed una lunga lista di diritti umani quasi impunemente violentati. Il caso di Cuba come l’ultimo regime non-democratico dell’Occidente parla da solo.
Tuttavia l’America latina non è fatta oggi in questo modo e ne danno ragione lo sviluppo di paesi emergenti come il Brasile (la 9° economia del mondo) ed il Messico (la 12°), e di altri in via di accrescimento e la stabilità politica raggiunta dall’area, disturbata soltanto nell’ultimo quadriennio d’alcuni governi emuli di quello di Cuba come il Venezuela e la Bolivia soprattutto. Come stimolo incosciente piuttosto che come ostacolo si potrebbe qualificare la politica del Dipartimento di Stato dell’era George W. Bush, che raccolse i frutti dell’assenza di una qualsiasi strategia almeno minimale nei confronti di questi uomini forti (specie di ‘caudillos’ d’oggi) nella cacciata dei suoi ambasciatori presso Caracas e la Paz. Il contraddittorio è che benché Washington sia la prima diplomazia del mondo trattino questi argomenti con una certa mancanza di accuratezza e nel peggior dei casi, come correlati ai nemici lontani (l’Iran od il Pakistan) piuttosto che vicini direi naturali. C’è da risolvere ancor’oggi per Obama l’ottenimento d’un accordo rispettoso col Messico riguardante il traffico d’immigranti attraverso la frontiera statunitense- messicana delimitata dal fiume Bravo poiché il muro voluto e parzialmente costruito da Bush non è ben visto dalla parte messicana).
Ci sarebbe da chiederci anche se la pretesa del Brasile di diventare un vero e proprio alleato militare piuttosto che un solo grosso acquirente degli armamenti americani non è giustificata dalla chiusura mentale della Casa Bianca di fronte al fatto di voler evitare alleanze con l’America latina tranne quelle meno compromettenti? Non rischiare con l’America latina sarebbe il motto d’ordine della diplomazia americana purché non ci siano interessi meno rischiosi (intendaci più neutrali) come la collaborazione alla lotta contro gli stupefacenti nella Colombia oppure i diversi trattati economici dell’area di libero commercio delle Americhe.
Benché certamente non si potrebbe dire che gli USA sono gli unici responsabili della sterzata progressiva dell’area verso una sinistra populista made in Cuba ma con le consuete variazioni latinoamericane. C’è stata così questa copiatura della rivoluzione castrista che al tempo che rivitalizza la malfatta scelta politica cubana toglie impercettibilmente il suo peso come sistema stupratore dei diritti elementari dell’uomo già scomparso nientemeno da due decenni dell’Occidente con la caduta del muro di Berlino. E purtroppo ci sono tuttora i creduli, gli stessi che lungo i cinquanta anni di castrismo desiderarono vederne la vincita contro la disuguaglianza ed il trionfo dei meno abbienti, innalzati dall’ “uomo nuovo” del comunismo. Fiduciosi come la Fernández de Kirchner dell’Argentina, la Bachelet del Cile, o Lula Da Silva del Brasile, che rinfrescano le loro relazioni con Cuba purché non scappassero loro la dignitosa opportunità di svolgere il ruolo di mediatori nei confronti degli USA. Ciò insieme con altri ben nascosti scopi non fanno altro che tradire loro stessi e tutti quanti sperano ciò che dopo un anno di mandato dell’erede Raul Castro non è ancora accaduto: dei cambiamenti strutturali che diano passo alla democrazia.
Invece sono stati questi governi sicuramente democratici ad agire in accertamento del bisogno nella Casa Bianca di una strategia globale nei confronti dell’area ed ad intraprendere quello che il ministro degli esteri del Brasile qualificava recentemente parlando di Cuba in un’alludente richiamo d’aggiornamento del ruolo del Dipartimento di stato americano come “grande prova per la loro diplomazia”.
Ritornando alle aspettative originate dal insediamento di Obama, parliamo del suo discorso inaugurale, il quale può essere qualificato tra l’altro di magistrale. Lui, Obama, fa la progettazione di quello che di sicuro sarà il suo mandato presidenziale, cioè del come farà le cose nei confronti di soggetti così sensibili come il rispetto dei diritti umani nel combattimento contro il terrorismo (addirittura è stata annunciata la chiusura del carcere militare di Guantánamo) oppure il suo desidero di risanare l’economia americana, oggi al centro della crisi finanziaria internazionale. Questo costituisce perciò l’annuncio dei primi passi indirizzati a raddrizzare le relazioni degli Stati Uniti col mondo ed anche con l’America latina, probabilmente in maniera più aperta alla collaborazione soprattutto negli scopi che Obama ha più a cuore. Ma dal fiume Bravo in giù quello che sta più a cuore sembra di essere d’una parte il raffinamento d’un tratto talvolta con dei contorni imperiali e dall’altra l’avvio di una politica di riavvicinamento più effettiva con Cuba, che sicuramente (ed è questo il desiderio di quei governi latinoamericani democratici) potrebbe condurre l’isola caraibica ad un processo di transizione pacifica.
Ma la strategia voluta da loro sembra adesso di confondere certe cose e magari c’è la volontà espressa di staccarsi dal fino ad oggi tradizionale modo di operare delle diverse amministrazioni americane. Loro chiedono ad Obama di togliere l’embargo, stabilito sin dall’inizio della rivoluzione di Castro. E lo fanno pure in modo quasi disperato. L’ingresso recente di Cuba nel Gruppo di Rio ed i richiami della maggioranza dei governi dell’area (ciò escludendo logicamente gli alleati del regime come il Venezuela, la Bolivia ed un po’ meno l’Equatore) a che l’isola rientri all’OAS, dalla quale fu esclusa nel 1962, parlano da soli, così come la sfilata di mandatari latinoamericani che quest’anno si preparano a recarsi a Cuba.
Tra questi, ci sono già stati nei mesi scorsi quello del Panama, quello del Equatore ed il presidente dell’Argentina, e si aspettano per metà febbraio il presidente del Cile e nei prossimi mesi quello del Messico.
Ma è davvero una strategia che vuole riguadagnare l’autonomia dalla diplomazia americana (in questo caso a quale prezzo) oppure è un adeguamento di fronte alle aspettative cosiddette aperturiste dell’era Obama? Si dimentica però che né Cuba occupa un posto di prima fila nell’agenda del neo insediato presidente degli USA né rinunciando (i governi dell’America latina) ad una politica trasparente nei confronti di Cuba e di conseguenza intraprendendo un’amicizia cieca, si potranno ottenere dei risultati tangibili che portino ad un’eventuale democrazia all’isola.