Dicembre 3, 2009

A caccia del nemico

Nei giorni scorsi si è svolto l’operazione militare Bastion 2009, delle Forze armate rivoluzionarie (FAR) a Cuba. Un esercizio pesante, il più grande tra i Bastion degli ultimi cinque anni e che coinvolse tutte le strutture militari del Paese, compresi i tre eserciti regionali: Occidentale, Centrale e Orientale, e anche le truppe della riserva. Al comando dell’esercizio si trovò lo stesso Generale – Presidente Raul Castro.

E’ noto che all’isola questi esercizi incontrano una pubblicizzazione massiccia da parte dei mezzi, tutti dello Stato. Il clima che si crea è in sintonia con quello previo a una situazione di guerra, nonostante continuino a svolgersi le attività commerciali quotidiane. Il climax partecipativo viene raggiunto poi il terzo e ultimo giorno dell’operazione, la domenica, in cui si svolge la giornata nazionale per la difesa del Paese. Così, si realizzano diverse attività di indole militare, svolte nei quartieri residenziali, e stavolta sotto il comando dei Comitati di difesa della rivoluzione (CDR), a cui appartiene ogni cittadino maggiore di 14 anni.

Ma questi esercizi militai che scopo perseguono? Avvertire gli Stati Uniti dello sbaglio che sarebbe un’invasione militare a Cuba? Magari con in testa il ricordo lontano dell’invasione di Baia dei Porci, durante l’era Kennedy. O meglio ricordarci, a noi popolo, che non possiamo permetterci di sbagliare schierandoci dal lato della libertà. Tenerci forse stretti attorno alle penurie economiche, alle frustrazioni di varie generazioni tenute lontani dal potere di decisione, magari in attesa di quei gesti di bontà di “Papà Stato”, che si prende cura di noi, in maniera ossessiva e al quale ci dobbiamo.

Sì, il nemico che si pretende sconfiggere è il popolo, stuzzicando le sue paure, inoculandoli quella dose giusta di pavidità che è sintomo di debolezza. Mentre alla TV il secondo capo dello stato maggiore delle FAR, generale Leonardo Andollo, spiegava gli obbiettivi militati dell’esercizio, le immagini centravano suo discorso: delle foto degli studi di radio e TV Marti a Miami, tumulti stradali durante la crisi dei balseros dell’anno ’94, degli autobus debordati, piccole e spontanee manifestazioni, momenti questi in cui la paura era del loro lato.

Novembre 23, 2009

Un argomento imbarazzante: il divieto di viaggiare a Cuba

Qualche giorno fa si è discussa nel Committee on Foreign Affairs della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, la possibilità di eliminare il divieto che impedisce ai cittadini statunitensi di viaggiare all’isola caraibica. Sotto il titolo di “Is it Time to Lift the Ban on Travel to Cuba?”, la discussione contò con la partecipazione di Howard L. Berman (D-CA), presidente della Commissione; il generale in pensione Barry R. McCaffrey; l’ambasciatore ed ex capo dell’U.S. Interests Section all’Avana, James Cason; Ileana Ros-Lehtinen (R-FL), d’origine cubana e esponente repubblicana di maggior rango in questa Commissione Esteri; la giornalista indipendente d’origine cubana Miriam Leiva; Berta Antunez, sorella del prigioniero politico Jorge Luis Garcia Perez, attivista pro-democrazia a Cuba, e altri invitati di prestigio.

Dopo la distensione provocata dall’eliminazione per il presidente Obama di alcune restrizioni riguardanti i viaggi all’isola dei cubani-americani, imposte durante il governo di George W. Bush, si è sentita la necessità per alcuni esponenti, soprattutto democratici, di estendere a tutti i cittadini americani la libertà di viaggiare a Cuba. Anche politici rilevanti come Richard Lugar (R-Ind), il repubblicano di maggior rango nel senato, si sono mostrati favorevoli a un rilassamento delle sanzioni imposte al governo cubano.

Invece, altri esponenti dei settori repubblicani, tradizionalmente più conservatori anche nel modo di concepire la politica verso il regime castrista, si oppongono a questi progetti di apertura: non solo non vogliono togliere le restrizioni commerciali, ma neanche sono favorevoli a che i suoi compatrioti possano viaggiare a Cuba. La presenza di una potente lobby di politici cubani-americani, radicati quasi tutti nel sud della Florida, rafforza la radicalità delle posizioni conservatrice. Lincoln e Mario Diaz-Balart, la stessa Ros-Lehtinen, deputati repubblicani alla Camera, il democrata Albio Sires (NJ-13), tutti d’origine cubana (si includono altri politici, come lo stesso John McCain, R‐Ariz), hanno ricevuto durante questi ultimi sette anni degli elettori di origine cubana della Florida più di $10 milioni per campagne a sostegno dell’embargo.

Ma l’embargo è una politica corretta? Si può in una democrazia addirittura impedire ai cittadini del proprio Paese di visitare un altro, questa volta a solo 90 miglia? Nonostante gli americani possono viaggiare persino in Iran (definito da Howard L. Berman in quest’incontro come il vero “pericolo” per gli USA), in Cina e nella Corea del Nord, che pericoli sconosciuti possono aspettarli in Cuba, quando quest’arriverà entro la fine dell’anno ai 2, 35 milioni di turisti, provenienti nella maggior parte del Canada, Regno Unito, Italia e Spagna? Sulle restrizioni commerciali, non è però ignoto che gli Stati Uniti sono il quinto socio commerciale di Cuba, con un volume d’intercambio di circa 500 milioni annui di vendite di prodotti alimentari.

Sarebbe però ingenuo pensare che l’arrivo di visitatori americani condurrà alla democratizzazione di Cuba: i turisti non porteranno nelle loro valigie, come pensa Yoani Sanchez, la libertà di espressione e di riunione, ne saranno gli ambasciatori del cambio. E’ senz’altro chiederli troppo. E’ già da anni, dopo l’apertura al turismo internazionale come risposta al crollo del socialismo reale e l’ingente crisi economica dei ’90 in Cuba, che visitano l’arcipelago turisti appunto di tutto il mondo. E gli effetti non sono meno tristi che devastanti, perlomeno sul piano morale: un’intera industria del sesso è cresciuta insieme con quella degli alberghi di lusso nei “cayos”, coccolata per il modello marxista di liberalizzazione della donna negli anni ’60 e ’70 e l’introduzione estesa dell’aborto, entrambe conquiste “rivoluzionarie”.

Il prezzo della libertà non è mai troppo alto. Gli americani hanno diritto di scegliere Cuba come destino turistico e i cubani devono assumersi la propria responsabilità. Alcuni però un giorno magari ringrazieranno quelli che, al sud della Florida, si impegnarono in ostacolare la libertà di altri, nonostante si sbagliassero.

Novembre 9, 2009

Ich bin ein Kubaner!

Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner! (JFK)

Nella sera di questo giorno ma vent’anni fa crollava il muro che separava Berlino Ovest da Berlino Est. Un muro che provocai la morte di più di un centinaio di tedeschi dell’ex Repubblica Democratica Tedesca nel loro intento di raggiungere Berlino Ovest, capitale della Repubblica Federale Tedesca; un muro che dimezzai le famiglie, strappai i figli ai genitori, la moglie al marito, la fidanzata al fidanzato.

E’ certo che la libertà “ha molte difficoltà e che la democrazia non è (tuttora) perfetta”, ma è altrettanto certo che queste stese democrazie non hanno “mai costruito un muro per tenere dentro i nostri – per impedir loro di lasciarci” (15 giugno 1963, JFK).

Nella sera del 9 novembre 1989 un muro scompariva a Berlino, lasciando dietro delle tracce di paura e di assenza di libertà e ricongiungendo una nazione, riconciliando i suoi membri. A vent’anni di distanza i frutti si possono raccogliere: la Germania è una nazione riunita e democratica.

Ma certi muri perdurano. Muri che dovrebbero scomparire ben presto. Ma invece sfidano coloro che hanno aiutato ad abbattere quello di Berlino. Dispiace perché a volte questa sfida non viene presa perché magari abbiamo dimenticato il vero significato del crollo del Muro di Berlino, quello che l’ha definito come “un’offesa non solo contro la storia, ma contro l’umanità”. (Parole del sindaco di Berlino, 15 giugno 1963).

Per Cuba penso che tutti i cubani, come i tedeschi dell’89, desiderano la stessa cosa: che si tolga un muro, questa volta non di rocce, ma non meno efficace che impedisce loro di riconciliarsi, di stare insieme.

Un muro che guarda caso costeggia l’isola: il muro è diventato lo stesso mare, che invece di mettere in contatto ci isola. Quella “maldita circunstancia del agua por todas partes” già prevista da Virgilio Piñera nel suo poema “La isla en peso”(1947). Lui però non pensava al totalitarismo rivoluzionario del dopo ‘59.

Questo muro arriva fino a toccare persino gli Stati Uniti. I suoi estremi sono, uno l’embargo stabilito dal Congresso degli Stati Uniti curiosamente durante il mandato di JFK; l’altro, l’embargo interno, volendo anche più dannoso, quello che richiede un permesso di uscita ai nazionali cubani per uscire dal Paese e un altro per rientrare.

I divieti che impedivano ai cubani americani (ben un milione e mezzo) di visitare i loro parenti  a Cuba sono stati in qualche misura rimossi dall’amministrazione Obama. Quelli altri posti dal governo comunista stanno saldi ancora.

Le ragioni di questi ultimi possono trovare una spiegazione proprio nella caduta del muro di Berlino. Ehrman, l’allora corrispondente dell’Ansa a Berlino Est, seguendo il consiglio di una sua fonte, fece “una domanda sulla libertà di viaggio” a Günter Schabowski, del ministero della Propaganda della DDR, chiedendogli  quando sarebbero state tolte le restrizioni di viaggio ai cittadini della Germania Orientale. “Credo anche subito”, Schabowski rispose. A quel punto si poteva dire che il Muro cominciava a cadere…

Ottobre 29, 2009

L’opportuno di una visita

La visita dell’Arcivescovo Claudio Maria Celli è molto opportuna nell’attuale situazione del Paese, soprattutto per ciò che riguarda la questione comunicativa e della libertà di stampa. Questa situazione è lontana di essere positiva. Secondo riportano varie organizzazioni di difesa della libertà di espressione e di stampa, queste libertà a Cuba non hanno verificato nessun miglioramento negli ultimi anni.

L”informe della Freedom House sulla libertà di stampa Freedom of the Press 2009: Cuba è molto negativo, e anche quello sulla libertà in Internet Freedom on the Net: A Global Assessment of Internet and Digital Media. Il comitato per la difesa dei giornalisti (The Committee to Protect Journalists) parla nel suo censimento annuale sui giornalisti in prigione (2008 prison census) di 21 giornalisti imprigionati a Cuba, il secondo Paese dopo i 23 della Cina. Reporters sans frontières situa Cuba nel numero 170 su 175 nella sua classifica annuale della libertà di stampa. Cuba appare persino tra i Paesi nemici dell’Internet.

La visita di mons. Celli potrebbe incidere nel miglioramento graduale di questa situazione. Potrebbe servire, per esempio, a puntellare il rafforzamento di una strategia di comunicazione ecclesiale che è minima ma che è chiamata ad arricchire il proprio ruolo. Già dalla visita del cardinale segretario di Stato Bertone a febbraio 2008, si era manifestato il desiderio della Chiesa di poter effettivamente partecipare allo spazio dei medias nazionali, senza esclusioni. Ma fino ad oggi non si è adoperata nessuna strategia e nessun passo avanti è stato dato a questo scopo. Oggi come oggi la Chiesa a Cuba continua a avere uno spazio insufficiente nell’ambito nazionale. Ma non perché essa abbia bisogno di integrarsi e partecipare dei mezzi controllati dallo Stato, ma al contrario, perché non c’è una pluralità dello spettro informativo e mediatico.

Questa pluralità secondo noi viene chiesta. Per l’interesse di tutti, anche della Chiesa. E la voce di mons. Celli ci sembra adeguata a tale scopo. Parlare di poter contare con delle radio diocesane, dei giornali diocesani regolarmente iscritti e funzionanti secondo le leggi, forse un giornale nazionale e perché no un canale di TV, sembrano cose non impossibili. Ora, bisogna desiderare che non siano solo delle prebende ecclesiali, sennò un patrimonio comune a tutti, l’opportunità d’imparare a vivere nella pluralità.

Ottobre 29, 2009

L’Arcivescovo Celli visiterà Cuba dal 4 all’8 novembre

Secondo riportano diverse fonti, il Presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, l’Arcivescovo Claudio Maria Celli, visiterà Cuba dal 4 all’8 novembre. Il motivo del viaggio sarebbe partecipare all’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale, recarsi in visita al Seminario Interdiocesano di San Carlo e Sant’Ambrogio e intervenire all’Assemblea della Commissione Nazionale dei Mezzi di Comunicazione Sociale della Conferenza dei Vescovi di Cuba, che si svolgerà in quei giorni.

L’Arcivescovo Celli offrirà una lectio magistralis sul tema “Chiesa, comunicazione e cultura digitale”, che sarà aperta a tutti gli interessati, venerdì 6 novembre alle 20.00 nella chiesa di Santa Caterina da Siena, a L’Avana, come ha reso noto la Conferenza episcopale.

Il Presidente del dicastero per le Comunicazioni visiterà Cuba  

Mons. Celli a Cuba dal 4 all’8 novembre

CONFERENCIA DE OBISPOS CATOLICOS DE CUBA

Gennaio 29, 2009

La vittoria di Obama e la sfida dell’America latina

insediamento obamaL’insediamento di Barack Obama come 44° Presidente degli Stati Uniti teoricamente sarebbe in grado di ridefinire il tessuto geopolitico dell’America latina come d’allora formulato dal Dipartimento di Stato, cioè in una sorte di diritto naturale d’intervento negli affaires dal fiume Bravo in giù. Il sarebbe acquisisce qui una sfumatura neutrale e lo si può spiegare tanto dal fatto secondo cui le aspettative generate dall’Inauguration day porterebbero da sole al compimento delle buone intenzioni di Obama quanto da quel altro non meno affidabile, però secondo il quale l’intrecciato del vero potere della Casa Bianca si conosce soltanto qualche ora dopo il giuramento presidenziale.

Ma c’è un vero bisogno? Ci si potrebbe argomentare. L’America latina resta per alcuni quel territorio piuttosto sudamericano dove malgrado qualche grado di sviluppo socioeconomico ci sono troppe disuguaglianze sociali inoltre all’inefficacia lungo parecchi decenni del sistema repubblicano latinoamericano, benché è, con l’eccezione della Francia, più antico dagli stati europei moderni, il quale (questo modello repubblicano) purtroppo ha dato una quantità innumerevole di dittatori ed una lunga lista di diritti umani quasi impunemente violentati. Il caso di Cuba come l’ultimo regime non-democratico dell’Occidente parla da solo.

Tuttavia l’America latina non è fatta oggi in questo modo e ne danno ragione lo sviluppo di paesi emergenti come il Brasile (la 9° economia del mondo) ed il Messico (la 12°), e di altri in via di accrescimento e la stabilità politica raggiunta dall’area, disturbata soltanto nell’ultimo quadriennio d’alcuni governi emuli di quello di Cuba come il Venezuela e la Bolivia soprattutto. Come stimolo incosciente piuttosto che come ostacolo si potrebbe qualificare la politica del Dipartimento di Stato dell’era George W. Bush, che raccolse i frutti dell’assenza di una qualsiasi strategia almeno minimale nei confronti di questi uomini forti (specie di ‘caudillos’ d’oggi) nella cacciata dei suoi ambasciatori presso Caracas e la Paz. Il contraddittorio è che benché Washington sia la prima diplomazia del mondo trattino questi argomenti con una certa mancanza di accuratezza e nel peggior dei casi, come correlati ai nemici lontani (l’Iran od il Pakistan) piuttosto che vicini direi naturali. C’è da risolvere ancor’oggi per Obama l’ottenimento d’un accordo rispettoso col Messico riguardante il traffico d’immigranti attraverso la frontiera statunitense- messicana delimitata dal fiume Bravo poiché il muro voluto e parzialmente costruito da Bush non è ben visto dalla parte messicana).

Ci sarebbe da chiederci anche se la pretesa del Brasile di diventare un vero e proprio alleato militare piuttosto che un solo grosso acquirente degli armamenti americani non è giustificata dalla chiusura mentale della Casa Bianca di fronte al fatto di voler evitare alleanze con l’America latina tranne quelle meno compromettenti? Non rischiare con l’America latina sarebbe il motto d’ordine della diplomazia americana purché non ci siano interessi meno rischiosi (intendaci più neutrali) come la collaborazione alla lotta contro gli stupefacenti nella Colombia oppure i diversi trattati economici dell’area di libero commercio delle Americhe.

Benché certamente non si potrebbe dire che gli USA sono gli unici responsabili della sterzata progressiva dell’area verso una sinistra populista made in Cuba ma con le consuete variazioni latinoamericane. C’è stata così questa copiatura della rivoluzione castrista che al tempo che rivitalizza la malfatta scelta politica cubana toglie impercettibilmente il suo peso come sistema stupratore dei diritti elementari dell’uomo già scomparso nientemeno da due decenni dell’Occidente con la caduta del muro di Berlino. E purtroppo ci sono tuttora i creduli, gli stessi che lungo i cinquanta anni di castrismo desiderarono vederne la vincita contro la disuguaglianza ed il trionfo dei meno abbienti, innalzati dall’ “uomo nuovo” del comunismo. Fiduciosi come la Fernández de Kirchner dell’Argentina, la Bachelet del Cile, o Lula Da Silva del Brasile, che rinfrescano le loro relazioni con Cuba purché non scappassero loro la dignitosa opportunità di svolgere il ruolo di mediatori nei confronti degli USA. Ciò insieme con altri ben nascosti scopi non fanno altro che tradire loro stessi e tutti quanti sperano ciò che dopo un anno di mandato dell’erede Raul Castro non è ancora accaduto: dei cambiamenti strutturali che diano passo alla democrazia.

Invece sono stati questi governi sicuramente democratici ad agire in accertamento del bisogno nella Casa Bianca di una strategia globale nei confronti dell’area ed ad intraprendere quello che il ministro degli esteri del Brasile qualificava recentemente parlando di Cuba in un’alludente richiamo d’aggiornamento del ruolo del Dipartimento di stato americano come “grande prova per la loro diplomazia”.

Ritornando alle aspettative originate dal insediamento di Obama, parliamo del suo discorso inaugurale, il quale può essere qualificato tra l’altro di magistrale. Lui, Obama, fa la progettazione di quello che di sicuro sarà il suo mandato presidenziale, cioè del come farà le cose nei confronti di soggetti così sensibili come il rispetto dei diritti umani nel combattimento contro il terrorismo (addirittura è stata annunciata la chiusura del carcere militare di Guantánamo) oppure il suo desidero di risanare l’economia americana, oggi al centro della crisi finanziaria internazionale. Questo costituisce perciò l’annuncio dei primi passi indirizzati a raddrizzare le relazioni degli Stati Uniti col mondo ed anche con l’America latina, probabilmente in maniera più aperta alla collaborazione soprattutto negli scopi che Obama ha più a cuore. Ma dal fiume Bravo in giù quello che sta più a cuore sembra di essere d’una parte il raffinamento d’un tratto talvolta con dei contorni imperiali e dall’altra l’avvio di una politica di riavvicinamento più effettiva con Cuba, che sicuramente (ed è questo il desiderio di quei governi latinoamericani democratici) potrebbe condurre l’isola caraibica ad un processo di transizione pacifica.

Ma la strategia voluta da loro sembra adesso di confondere certe cose e magari c’è la volontà espressa di staccarsi dal fino ad oggi tradizionale modo di operare delle diverse amministrazioni americane. Loro chiedono ad Obama di togliere l’embargo, stabilito sin dall’inizio della rivoluzione di Castro. E lo fanno pure in modo quasi disperato. L’ingresso recente di Cuba nel Gruppo di Rio ed i richiami della maggioranza dei governi dell’area (ciò escludendo logicamente gli alleati del regime come il Venezuela, la Bolivia ed un po’ meno l’Equatore) a che l’isola rientri all’OAS, dalla quale fu esclusa nel 1962, parlano da soli, così come la sfilata di mandatari latinoamericani che quest’anno si preparano a recarsi a Cuba.

Tra questi, ci sono già stati nei mesi scorsi quello del Panama, quello del Equatore ed il presidente dell’Argentina, e si aspettano per metà febbraio il presidente del Cile e nei prossimi mesi quello del Messico.

Ma è davvero una strategia che vuole riguadagnare l’autonomia dalla diplomazia americana (in questo caso a quale prezzo) oppure è un adeguamento di fronte alle aspettative cosiddette aperturiste dell’era Obama? Si dimentica però che né Cuba occupa un posto di prima fila nell’agenda del neo insediato presidente degli USA né rinunciando (i governi dell’America latina) ad una politica trasparente nei confronti di Cuba e di conseguenza intraprendendo un’amicizia cieca, si potranno ottenere dei risultati tangibili che portino ad un’eventuale democrazia all’isola.

Gennaio 14, 2009

Cuba, la Rivoluzione inattesa

Si compie il 50° anniversario della rivoluzione castrista. Quella che fu per un po’ un esperimento politico molto attraente rimane ora l’ultimo regime dittatoriale dell’Occidente

L’8 gennaio del 1959 la carovana dei “barbudos” sotto il comando del trentatreenne Fidel Castro entrava nell’Avana, in un clima di apoteosi inattesa che era stata scoppiata subito dopo la fuga del tiranno di turno,  Fulgencio Batista, il 1° gennaio. Questo dopo il fallimento dei tentativi di risolvere tramite i mezzi democratici la più acuta crisi nazionale della piccola storia repubblicana incominciata nel 1902, una repubblica, quella di Cuba, che nata sotto la “custodia” degli americani, (a solo 90 miglia si trova la Florida), era tuttavia riuscita a togliersi il peso ingombrante di una “Platt Amendment”  nel 1934.

Certo che gli USA furono a volte ‘troppi’ vicini alla politica nazionale, intervenendo con la pretesa di voler garantire l’independenza cubana ed è anche vero che loro eravano l’alleato naturale del Paese, ma è nondimeno vero che agirono debolmente nel risparmiarci quei tiranni di nome Machado (1925-1933) e lo stesso Batista (1952-59), purtroppo dignitosi alleati loro in una sbagliata politica verso l’America Latina, che preferiva dittature di destra a quei governi che per il loro interesse sociale potevano sembrare troppo di sinistra.

L’idea originale dei rivoluzionari fatta pubblica, era quella di ripristinare la Costituzione del 1940, di tipo progressista, che era stata approvata in una convenzione costituente rappresentativa dell’insieme della società, dunque niente più lontano dal sogno comunista di Fidel Castro e il “ché” Guevara, diventato in seguito una realtà e che capovolse l’intera nazione. Sin dall’inizio lo stesso Fidel rassicurava tutti dicendo che la rivoluzione era “verde come le palme”.

Nessuno sperava neppure che l’allora (1957) terza potenza economica dell’area, con un reddito  pro capite solo superato dall’Argentina e dall’Uruguay, oggi si trovi al 21º posto del continente.

Dicembre 11, 2008

Dialettica di una democrazia: 10 anni di ‘chavismo’ in Venezuela

Chavez spera di ricandidarsi alle elezioni presidenziali 2012 per mezzo di un referendum a febbraio prossimo

Le elezioni regionali appena svolte in Venezuela, hanno dato come vincitore al PSUV (Partito Socialista Unito di Venezuela), la coalizione della maggioranza e quella del presidente Hugo Chavez. Questo accade nel momento in cui gli elettori, quelli che lo hanno votato per primi nelle elezioni presidenziali del 1998, festeggiavano il primo decennio di Chavez come capo dell’esecutivo. Nonostante la quasi assoluta maggioranza dei voti sono stati favorevoli a Chavez, non tutto è perso per gli oppositori. Questi hanno ottenuto 5 sui 22 Stati del Paese, vale a dire, tre in più di quelli due già vinti prima nelle elezioni scorse per governatori, e che adesso hanno conservato. Miranda, Carabobo e Táchira sono diventati i tre nuovi Stati dell’opposizione, in aggiunto alla Zulia e alla Nueva Esparta. Stati questi tra i più sviluppati, come la Zulia, che è il più ricco del Venezuela, Carabobo, il più industrializzato e Miranda, il più popolato.

I partiti dell’opposizione hanno anche vinto le due città più importanti: Caracas, il centro politico, è stata vinta da Antonio Ledezma, un candidato sostituto di quello presentato inizialmente per l’opposizione, il che però subì sin dall’inizio, una campagna di discredito, riuscendo in ogni caso a ottenere una vittoria di oltre il 52 percento. L’altro sindaco vincente è quello di Maracaibo, Manuel Rosales, un ex candidato alle elezioni presidenziali di 2006, sconfitto quella volta da Chavez. In questi giorni recenti Rosales è stato accusato di corruzione e citato presso la corte suprema di cassazione del Paese.

Questo accade proprio nel momento in cui Chavez ha ripreso l’iniziativa di un referendum nazionale, che garantisca la sua permanenza come presidente fino al 2021, a realizzarsi per mezzo della modifica dell’articolo 230 della Costituzione venezuelana, la quale stabilisce l’impossibilità della rielezione indefinita. Perciò, ora che è di nuovo vittorioso, Chavez ritorna al suo desiderio più caro, quello della rielezione indefinita, perché ha già sorpassato gli ostacoli iniziali, che impedivano a una stessa persona governare la Nazione sudamericana per più di 5 anni e per più di una volta.

Nel 1999, Chavez ottenne dall’appena costituita Assemblea nazionale la riforma della costituzione e l’autorizzazione per essere rieletto per un’unica volta. Ma perseverò e in dicembre dello scorso anno rilanciò, per mezzo di un referendum, il suo desiderio, ma ottenne un insufficiente 49% dei voti.

Essendo trascorso appena un anno dell’attuale legislatura e siccome è in gioco la sua permanenza nel potere, Hugo Chavez ha appena ripresentata la sua proposta di modifica dell’attuale costituzione del Venezuela, ma senza accorgersi della presenza dell’articolo 345, che determina che “un’iniziativa di riforma che non sia stata approvata in un primo momento, non può essere riproposta in uno stesso periodo costituzionale”.

Ma per Chavez non si agisce di una vera e propria riforma, ma “di un semplice emendamento”, che gli consentirebbe però di fare il presidente del Venezuela fino perlomeno al 2019.

Novembre 4, 2008

Interprétation d’un poème

Paulo Leminski est le nom d’un poète brésilien qui pourrait me dire très peu, ou pas assez sur l’instant présent où je me trouve, dans lequel je place mes critères et positionnements sur plusieurs réalités qui me touchent. Mais le hasard n’est pas aléatoire, voire il rentre dans un ordre spécifique des choses et à son tour les ordonne et les disposes. C’est donc pourquoi j’ai choisi ce poème pour ouvrir ce que je voudrais qui soit une permanente inquiétude d’expression de ma part, qui puisse aussi contribuer à l’obtention d’un climat de dialogue et échanges d’idées à propos de l’avenir de Cubains.

Et en effet, personne n’aurait pas pu trouver un meilleur début et plus fidèle à un poème. Je vois Cuba partout ici, ou presque. Chaque souvenir de Brasilia c’est une réminiscence de la Havane, de l’île toute entière : « la vie des gens en train de pénétrer les schèmes qui leur ont été imposés, comme l’encre couleur du sang s’infiltre dans le papier ».

Je vois aussi et j’admire « le petit resto clandestin », « illégal pour se trouver en dehors le quartier admis ». Je revois et j’admire beaucoup plus, la ténacité des gens, même très âgés, qui se résistent à ne pas gagner la vie de leur propres mains. Parce qu’ils n’ont pas oublié, parce qu’ils se sont opposés à laisser échapper la vie de leurs mains, de leur forces, voire dérisoires.

Je m’aperçois du temps écoulé, de mon père qui eu, lui aussi, des songes et des chimères, parfois différents, jamais accomplis, mais toujours sincères, comme le regard de l’enfant vers le monde, innocent et confié.

Je constate aussi la faillite d’une mathématique, pas logique, pas humaine ou plutôt trop humaine, trop faible, trop pleine d’orgueil.

Mon erreur, celui de mon point de vue, bien sûr, n’est pas la loi et ne cherche pas à s’imposer. C’est aussi humain. Et pour cela échappe aux accusations, comme je voudrais ne pas dénoncer dans ce moment –ci les songe-creux, ceux –là qui se résistent à reconnaître qui nous ont obligé, d’une façon injuste, à nous taire et à rester muet dans une ville en ruines.

Novembre 3, 2008

claro callar sobre una ciudad de ruinas, de Paulo Leminski

En Brasilia, admiré.

No a Niemeyer ley,

la vida de las personas

penetrando en los esquemas

como la tinta sangre

en el papel que la chupa,

creciendo el rojo gente, entre piedra y piedra,

por la tierra adentro.

En Brasilia, admiré.

El pequeño restaurante clandestino,

Ilegal por encontrarse

fuera de la cuadra permitida.

Sí, Brasilia.

Admiré el tiempo

que ya cubre de años

tus impecables matemáticas.

Adiós, Ciudad.

El error, claro, no es ley.

Mucho me admiraste,

Mucho te admiré.