Lezione imparata?

Il Giorno della memoria richiama l’attenzione sui crimini commessi dai nazisti durante  quello che ulteriormente si definì prima come olocausto, dopo come Shoah. L’assassinio di milioni di ebrei nei diversi campi di concentramento fu la testimonianza chiara dell’indole perverso di un regime politico, che stabilì una segregazione razziale senza precedenti. Fu una tragica esperienza quella delle vittime del nazismo, che coinvolse non soltanto il popolo ebreo, ma anche i polacchi e altri popoli invasi e devastati dai nazisti.

L’antisemitismo è tuttora un flagello che colpisce gli ebrei e lo Stato d’Israele, il quale ha nemici dichiarati che vogliono sopprimere il suo diritto all’esistenza. Precisamente nella consistenza del ricordo della Shoah risiede la sopravvivenza degli ebrei come Popolo aventi diritti a uno stato. Un crimine, quello nazista, che è venuto a risvegliare la comunità internazionale riguardo la giustizia di questo diritto.

Ma un diritto non può ostacolarne un altro. Altri popoli, altri crimini hanno diritto alla memoria e alla giustizia. Non serve il ricordo di un crimine quando non disincentiva il compimento di altri, quando chi lo subisce non si dichiara fervente sostenitore della pace e la riconciliazione. E’ vero che c’è tanta frustrazione quando si verifica che poco o niente è cambiato, soprattutto quando i protagonisti della storia, si rifiutano di imparare, di dare ascolto alla memoria. La Shoah è un segno di quanto pericoloso può essere non accettare l’altro per com’è, perché forse abbiamo dimenticato che è sempre stato uno di noi.

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Sismo a Haiti: Cuba apre spazio aereo a Usa

In un atto inconsueto il governo di Cuba ha accettato eccezionalmente di aprire lo spazio aereo alle aeronavi degli Usa per evacuare dalla base di Guantanamo le vittime del sisma che ha colpito l’isola. Lo annuncia il portavoce della Casa Bianca Tommy Vietor. L’uso dello spazio aereo cubano per l’evacuazione dei feriti e per il passaggio delle scorte mediche consente di abbreviare di almeno 90 minuti i tempi di volo per Miami. Secondo il portavoce della Casa Bianca, un accordo con il governo cubano e’ stato raggiunto per consentire voli da Guantanamo a Cuba attraverso lo spazio aereo cubano verso la Florida. Cuba e gli Stati Uniti non hanno più relazioni diplomatiche ufficiali dal 1961.

Le terribili conseguenze del terremoto che ha devastato Haiti sono all’origine della decisione di permettere che aerei americani persino militari giungano il sorvegliato spazio aereo dell’isola. E’ da ricordare l’incidente che nel 1996 condusse al governo cubano a far abbattere due aeroplani dei “Brothers to the Rescue”, organizzazione cubano-americana con sede a Miami.

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L’outing del regime dei Castro

Mariela Castro non perde opportunità per realizzare uno dei progetti che più gli stanno a cuore. Si tratta della riforma del Codice della famiglia cubano per introdurre i matrimoni omosessuali come categoria giuridica. L’idea che Cuba diventi il secondo Paese dell’America latina, dopo che la Città del Messico, approvasse il matrimonio tra persone dello stesso sesso, è una vera e propria tentazione per la direttrice del Centro Nacional para la Educacion Sexual (Cenesex).

La figlia di Raul Castro, l’attuale presidente del consiglio di Cuba, è alla ricerca di “appoggio politico”, una specie di lobbying dietro le quinte in cui avrebbe tutte le possibilità di trionfare e finalmente ottenere quello che da alcuni anni è il suo obbiettivo. Ma cosa di veramente significativa può offrire in cambio per riuscire a modificare così radicalmente un argomento molto sensibile all’ideologia marxista? Non dimentichiamoci i campi di lavori forzati in cui sono stati rinchiusi durante i primi anni della Rivoluzione insieme ai dissidenti e i sacerdoti, gli omosessuali. C’è una lunga lista di esclusione e di ostracismo culturale e sociale per personaggi omosessuali della cultura pre- rivoluzionaria, ecc.

Ma risulta che approvare il matrimonio omosessuale in questo momento è molto politicamente corretto, e per lo più opportuno. Rappresenta un’alleanza con molti partiti di sinistra europei, i quali sarebbero disposti a far passare questa decisione come un passo in avanti, un gesto democratico e civile che mostrerebbe il rispetto del governo di Raul Castro per i diritti umani. Soprattutto quando si tratta dei diritti delle minoranze di ogni tipo, c’è una grande volontà di trascurare i diritti delle maggioranze, in una situazione sociale e politica alquanto caotica: una tassa di aborto smisurata, una curva di fertilità molto bassa e un invecchiamento notevole della popolazione (saranno circa il 25% i maggiori di 60 anni per il 2025), in aggiunto alla continua emigrazione dei giovani.

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Capodanno alla ricerca di speranza

Nel mezzo dei festeggiamenti per capodanno, ci sono stati alcuni eventi di rilevanza toccanti la Chiesa e la società all’isola, che in qualche modo evidenziano le contraddizioni del regime politico. Per secondo anno consecutivo, ancorché con molte limitazioni, alcuni vescovi cattolici cubani ottennero il permesso per celebrare il Natale in alcune carceri dell’isola. Nella prigione di Canaleta, nella provincia di Ciego de Avila, il vescovo locale mons. Mario Mestril celebrò la Santa Messa, insieme a dieci reclusi.

Questo Natale si sono anche ripetuti i messaggi radiofonici trasmessi dalla maggior parte dei vescovi, il cui accesso alle radio statali (tutti i mezzi di comunicazioni all’isola appartengono allo Stato) è stato concesso a titolo eccezionale, giacché non c’è una legge al riguardo che ne garantisca l’uso. L’arcivescovo di Santiago di Cuba e attuale presidente della COCC, mons. Dionisio García segnalò nell’emittente locale CMKC la necessità della speranza per far fronte alle carenze di ogni tipo presenti nella società nonché l’angoscia che generano. Il vescovo di Guantanamo, mons. Wilfredo Pino ricordò la mancanza tuttora di risposte alle richieste dei cittadini, che non si sentono ascoltati.

All’Avana invece il cardinale Ortega ha letto suo messaggio di Natale su uno dei canali nazionali nei vespri di Natale. Nel messaggio ringraziò la possibilità dell’incontro tra i cubano americani e le loro famiglie a Cuba, grazie alle decisioni prese dal presidente americano Obama. Il governo di Raul Castro però zittisce e persino dimostra la sua contrarietà nei confronti dell’atteggiamento più dialogante di Obama. Nel mese scorso, impedì l’entrata di almeno cinque gruppi religiosi e umanitari americani, tra cui quattordici integranti del First Unitarian Church (FUC) di Portland, e un numeroso gruppo ebreo, proveniente da Miami. L’USCIRF, organo bipartitico del Congresso degli Stati Uniti, condannò queste azioni, qualificate di contrarie allo spirito di miglioramento delle relazioni bilaterali con Cuba.

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Divide et impera

Qualche ora dopo che nei Sacri Palazzi Papa Benedetto XVI ricevesse le Lettere credenziali del nuovo ambasciatore di Cuba presso la Santa Sede, Eduardo Delgado Bermudéz, all’Avana un gruppo di mogli faceva una manifestazione pacifica per chiedere al governo la liberazione dei mariti, prigionieri politici dalla primavera “nera” del 2003. Mogli, sorelle e parenti che hanno visto come i suoi cari sono stati incarcerati sotto accuse diverse, tra le quali quella di mercenari al servizio delle agenzie di intelligence americane.

Sono circa una quarantina di donne, le “Damas de blanco”, dal colore bianco dei vestiti che indossano. Contro di loro si sono schiantati con una rabbia inconsueta una turba di “rivoluzionari”, difensori di diritti fasulli e di una realtà sociale precaria, che scambiano la loro onestà per alcuni pochi privilegi. Sono in genere persone normali, che hanno lavori normali, per niente eccezionali, ma che sono piene di paure, soprattutto che qualcosa cambi, perché ormai sono esseri abituati alle privazioni, ai comandi, ai discorsi privi persino di promesse, ma pieni di odio contro di chi si resiste a perdere ogni speranza.

Vedere come i genitori sono messi lontani dalla loro famiglia, come a volte i figli, separati dai genitori per aver esercitato la propria libertà a dissentire, devono prendere la strada dell’emigrazione, per non fare la stessa sorte del padre, e allontanarsi, in una doppia vincita per coloro che soltanto vincono quando dividono. Già lo dicevano gli antichi romani, “divide et impera”.

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Burla nella giornata internazionale dei diritti umani a Cuba

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A caccia del nemico

Nei giorni scorsi si è svolta a Cuba l’operazione militare Bastion 2009, delle Forze armate rivoluzionarie (FAR) . Un esercizio pesante, il più grande tra i Bastion degli ultimi cinque anni e che coinvolse tutte le strutture militari del Paese, compresi i tre eserciti regionali: Occidentale, Centrale e Orientale, e anche le truppe della riserva. Al comando dell’esercizio si trovò lo stesso Generale – Presidente Raul Castro.

E’ noto che all’isola questi esercizi incontrano una pubblicizzazione massiccia da parte dei mezzi, tutti dello Stato. Il clima che si crea è in sintonia con quello previo a una situazione di guerra, nonostante continuino a svolgersi le attività commerciali quotidiane. Il climax partecipativo viene raggiunto poi il terzo e ultimo giorno dell’operazione, la domenica, in cui si svolge la giornata nazionale per la difesa del Paese. Così, si realizzano diverse attività di indole militare, svolte nei quartieri residenziali, e stavolta sotto il comando dei Comitati di difesa della rivoluzione (CDR), a cui appartiene ogni cittadino maggiore di 14 anni.

Ma questi esercizi militai che scopo perseguono? Avvertire gli Stati Uniti dello sbaglio che sarebbe un’invasione militare a Cuba? Magari con in testa il ricordo lontano dell’invasione di Baia dei Porci, durante l’era Kennedy. O meglio ricordarci, a noi popolo, che non possiamo permetterci di sbagliare schierandoci dal lato della libertà. Tenerci forse stretti attorno alle penurie economiche, alle frustrazioni di varie generazioni tenute lontani dal potere di decisione, magari in attesa di quei gesti di bontà di “Papà Stato”, che si prende cura di noi, in maniera ossessiva e al quale ci dobbiamo.

Sì, il nemico che si pretende sconfiggere è il popolo, stuzzicando le sue paure, inoculandoli quella dose giusta di pavidità che è sintomo di debolezza. Mentre alla TV il secondo capo dello stato maggiore delle FAR, generale Leonardo Andollo, spiegava gli obbiettivi militati dell’esercizio, le immagini centravano suo discorso: delle foto degli studi di radio e TV Marti a Miami, tumulti stradali durante la crisi dei balseros dell’anno ’94, degli autobus debordati, piccole e spontanee manifestazioni, momenti questi in cui la paura era del loro lato.

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Un argomento imbarazzante: il divieto di viaggiare a Cuba

Qualche giorno fa si è discussa nel Committee on Foreign Affairs della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, la possibilità di eliminare il divieto che impedisce ai cittadini statunitensi di viaggiare all’isola caraibica. Sotto il titolo di “Is it Time to Lift the Ban on Travel to Cuba?”, la discussione contò con la partecipazione di Howard L. Berman (D-CA), presidente della Commissione; il generale in pensione Barry R. McCaffrey; l’ambasciatore ed ex capo dell’U.S. Interests Section all’Avana, James Cason; Ileana Ros-Lehtinen (R-FL), d’origine cubana e esponente repubblicana di maggior rango in questa Commissione Esteri; la giornalista indipendente d’origine cubana Miriam Leiva; Berta Antunez, sorella del prigioniero politico Jorge Luis Garcia Perez, attivista pro-democrazia a Cuba, e altri invitati di prestigio.

Dopo la distensione provocata dall’eliminazione per il presidente Obama di alcune restrizioni riguardanti i viaggi all’isola dei cubani-americani, imposte durante il governo di George W. Bush, si è sentita la necessità per alcuni esponenti, soprattutto democratici, di estendere a tutti i cittadini americani la libertà di viaggiare a Cuba. Anche politici rilevanti come Richard Lugar (R-Ind), il repubblicano di maggior rango nel senato, si sono mostrati favorevoli a un rilassamento delle sanzioni imposte al governo cubano.

Invece, altri esponenti dei settori repubblicani, tradizionalmente più conservatori anche nel modo di concepire la politica verso il regime castrista, si oppongono a questi progetti di apertura: non solo non vogliono togliere le restrizioni commerciali, ma neanche sono favorevoli a che i suoi compatrioti possano viaggiare a Cuba. La presenza di una potente lobby di politici cubani-americani, radicati quasi tutti nel sud della Florida, rafforza la radicalità delle posizioni conservatrice. Lincoln e Mario Diaz-Balart, la stessa Ros-Lehtinen, deputati repubblicani alla Camera, il democrata Albio Sires (NJ-13), tutti d’origine cubana (si includono altri politici, come lo stesso John McCain, R‐Ariz), hanno ricevuto durante questi ultimi sette anni degli elettori di origine cubana della Florida più di $10 milioni per campagne a sostegno dell’embargo.

Ma l’embargo è una politica corretta? Si può in una democrazia addirittura impedire ai cittadini del proprio Paese di visitare un altro, questa volta a solo 90 miglia? Nonostante gli americani possono viaggiare persino in Iran (definito da Howard L. Berman in quest’incontro come il vero “pericolo” per gli USA), in Cina e nella Corea del Nord, che pericoli sconosciuti possono aspettarli in Cuba, quando quest’arriverà entro la fine dell’anno ai 2, 35 milioni di turisti, provenienti nella maggior parte del Canada, Regno Unito, Italia e Spagna? Sulle restrizioni commerciali, non è però ignoto che gli Stati Uniti sono il quinto socio commerciale di Cuba, con un volume d’intercambio di circa 500 milioni annui di vendite di prodotti alimentari.

Sarebbe però ingenuo pensare che l’arrivo di visitatori americani condurrà alla democratizzazione di Cuba: i turisti non porteranno nelle loro valigie, come pensa Yoani Sanchez, la libertà di espressione e di riunione, ne saranno gli ambasciatori del cambio. E’ senz’altro chiederli troppo. E’ già da anni, dopo l’apertura al turismo internazionale come risposta al crollo del socialismo reale e l’ingente crisi economica dei ’90 in Cuba, che visitano l’arcipelago turisti appunto di tutto il mondo. E gli effetti non sono meno tristi che devastanti, perlomeno sul piano morale: un’intera industria del sesso è cresciuta insieme con quella degli alberghi di lusso nei “cayos”, coccolata per il modello marxista di liberalizzazione della donna negli anni ’60 e ’70 e l’introduzione estesa dell’aborto, entrambe conquiste “rivoluzionarie”.

Il prezzo della libertà non è mai troppo alto. Gli americani hanno diritto di scegliere Cuba come destino turistico e i cubani devono assumersi la propria responsabilità. Alcuni però un giorno magari ringrazieranno quelli che, al sud della Florida, si impegnarono in ostacolare la libertà di altri, nonostante si sbagliassero.

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Ich bin ein Kubaner!

Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner! (JFK)

Nella sera di questo giorno ma vent’anni fa crollava il muro che separava Berlino Ovest da Berlino Est. Un muro che provocai la morte di più di un centinaio di tedeschi dell’ex Repubblica Democratica Tedesca nel loro intento di raggiungere Berlino Ovest, capitale della Repubblica Federale Tedesca; un muro che dimezzai le famiglie, strappai i figli ai genitori, la moglie al marito, la fidanzata al fidanzato.

E’ certo che la libertà “ha molte difficoltà e che la democrazia non è (tuttora) perfetta”, ma è altrettanto certo che queste stese democrazie non hanno “mai costruito un muro per tenere dentro i nostri – per impedir loro di lasciarci” (15 giugno 1963, JFK).

Nella sera del 9 novembre 1989 un muro scompariva a Berlino, lasciando dietro delle tracce di paura e di assenza di libertà e ricongiungendo una nazione, riconciliando i suoi membri. A vent’anni di distanza i frutti si possono raccogliere: la Germania è una nazione riunita e democratica.

Ma certi muri perdurano. Muri che dovrebbero scomparire ben presto. Ma invece sfidano coloro che hanno aiutato ad abbattere quello di Berlino. Dispiace perché a volte questa sfida non viene presa perché magari abbiamo dimenticato il vero significato del crollo del Muro di Berlino, quello che l’ha definito come “un’offesa non solo contro la storia, ma contro l’umanità”. (Parole del sindaco di Berlino, 15 giugno 1963).

Per Cuba penso che tutti i cubani, come i tedeschi dell’89, desiderano la stessa cosa: che si tolga un muro, questa volta non di rocce, ma non meno efficace che impedisce loro di riconciliarsi, di stare insieme.

Un muro che guarda caso costeggia l’isola: il muro è diventato lo stesso mare, che invece di mettere in contatto ci isola. Quella “maldita circunstancia del agua por todas partes” già prevista da Virgilio Piñera nel suo poema “La isla en peso”(1947). Lui però non pensava al totalitarismo rivoluzionario del dopo ’59.

Questo muro arriva fino a toccare persino gli Stati Uniti. I suoi estremi sono, uno l’embargo stabilito dal Congresso degli Stati Uniti curiosamente durante il mandato di JFK; l’altro, l’embargo interno, volendo anche più dannoso, quello che richiede un permesso di uscita ai nazionali cubani per uscire dal Paese e un altro per rientrare.

I divieti che impedivano ai cubani americani (ben un milione e mezzo) di visitare i loro parenti  a Cuba sono stati in qualche misura rimossi dall’amministrazione Obama. Quelli altri posti dal governo comunista stanno saldi ancora.

Le ragioni di questi ultimi possono trovare una spiegazione proprio nella caduta del muro di Berlino. Ehrman, l’allora corrispondente dell’Ansa a Berlino Est, seguendo il consiglio di una sua fonte, fece “una domanda sulla libertà di viaggio” a Günter Schabowski, del ministero della Propaganda della DDR, chiedendogli  quando sarebbero state tolte le restrizioni di viaggio ai cittadini della Germania Orientale. “Credo anche subito”, Schabowski rispose. A quel punto si poteva dire che il Muro cominciava a cadere…

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L’opportuno di una visita

La visita dell’Arcivescovo Claudio Maria Celli è molto opportuna nell’attuale situazione del Paese, soprattutto per ciò che riguarda la questione comunicativa e della libertà di stampa. Questa situazione è lontana di essere positiva. Secondo riportano varie organizzazioni di difesa della libertà di espressione e di stampa, queste libertà a Cuba non hanno verificato nessun miglioramento negli ultimi anni.

L”informe della Freedom House sulla libertà di stampa Freedom of the Press 2009: Cuba è molto negativo, e anche quello sulla libertà in Internet Freedom on the Net: A Global Assessment of Internet and Digital Media. Il comitato per la difesa dei giornalisti (The Committee to Protect Journalists) parla nel suo censimento annuale sui giornalisti in prigione (2008 prison census) di 21 giornalisti imprigionati a Cuba, il secondo Paese dopo i 23 della Cina. Reporters sans frontières situa Cuba nel numero 170 su 175 nella sua classifica annuale della libertà di stampa. Cuba appare persino tra i Paesi nemici dell’Internet.

La visita di mons. Celli potrebbe incidere nel miglioramento graduale di questa situazione. Potrebbe servire, per esempio, a puntellare il rafforzamento di una strategia di comunicazione ecclesiale che è minima ma che è chiamata ad arricchire il proprio ruolo. Già dalla visita del cardinale segretario di Stato Bertone a febbraio 2008, si era manifestato il desiderio della Chiesa di poter effettivamente partecipare allo spazio dei medias nazionali, senza esclusioni. Ma fino ad oggi non si è adoperata nessuna strategia e nessun passo avanti è stato dato a questo scopo. Oggi come oggi la Chiesa a Cuba continua a avere uno spazio insufficiente nell’ambito nazionale. Ma non perché essa abbia bisogno di integrarsi e partecipare dei mezzi controllati dallo Stato, ma al contrario, perché non c’è una pluralità dello spettro informativo e mediatico.

Questa pluralità secondo noi viene chiesta. Per l’interesse di tutti, anche della Chiesa. E la voce di mons. Celli ci sembra adeguata a tale scopo. Parlare di poter contare con delle radio diocesane, dei giornali diocesani regolarmente iscritti e funzionanti secondo le leggi, forse un giornale nazionale e perché no un canale di TV, sembrano cose non impossibili. Ora, bisogna desiderare che non siano solo delle prebende ecclesiali, sennò un patrimonio comune a tutti, l’opportunità d’imparare a vivere nella pluralità.

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